Voglio essere in mezzo alla Natura. Il fango mi chiama e mi chiede di immergermi — non per tornare a qualcosa che ho perso, ma per conoscerlo la prima volta.
Lavoro il grès come si tocca la terra: a mani nude, senza tornio, senza calco. Nessuno stampo tra me e la materia. La porto ad alta temperatura e aspetto che decida — perché la terra non ubbidisce, sedimenta, si spacca, si incrosta. Ha una volontà minerale che viene da prima di noi: vulcani, coste erose, strati depositati mentre nessuno guardava. Io la accompagno soltanto, fino al punto in cui l’oggetto smette di sembrare fatto e comincia ad affiorare.

A volte la terra la porto sul corpo. Mi copro di fango, dipingo il volto, indosso una maschera: non è travestimento, è il contrario, è togliere. Sotto il colore e la creta cade la faccia sociale, e resta qualcosa di più antico — l’animale, il selvatico, la presenza che i riti di ogni tempo richiamano per un giorno solo. Gli stessi archetipi che poi ritrovo nell’argilla: il totem, la maschera, il contenitore che offre.

Non cerco il bello levigato. Cerco l’essenziale che sta sotto: la crepa, il residuo, la parte scura da cui comincia ogni trasformazione. Mi sporco con la Natura perché è lì che cade la separazione tra chi guarda e ciò che è guardato — lì l’uomo si scopre una cosa tra le cose, materia tra la materia.

Ogni pezzo porta il segno di un’unica occasione, irripetibile: come un rito che non si ripete mai uguale, come un volto dipinto una volta sola. Morane nasce da qui — dalla terra, dal fuoco, dalle mani. E da un sospetto antico: che dentro la Natura, sporcandoci fino a perderci, ci sia qualcosa di profondamente umano che aspetta di essere ritrovato.